Il divo
5 AGO 20

La singolarità di Travaglio è che egli vive costantemente nel Grande Teatro del Vero, patemico e ironico Prometeo, donatore agli uomini del Fuoco di conoscenza dei fattacci di Dei egoisti ("la casta"). Come tutti i grandi attori anche lui ha ceduto alla tentazione di diluire la propria anima invisibile nella propria immagine scenica, il suo idolo mediaticamente plasmato e premortualmente mummificato, la sua immortalità tanto ruffiana quanto fasulla, al punto che perfino Santoro se n'è accorto. Questo Demostene fuori tempo e il carrozzone di noti guitti a cui il suo nome sempre s’accompagna sono le ultime guardie di quella fortezza nel deserto che è il moralismo risorgimentale: attorno a essi vi sta solo sabbia e morte, ma la loro preoccupazione è vigilare contro i nemici dell’immobilità ideologica. Nel tempo della rivoluzione non vale la verità ma l’insinuazione, contro il diritto antico e i costumi dei padri si pensa ora, ultimo brandello di ‘68 (almeno una volta emancipatore, oggi castigatore): idem est maledicere et accusare, per alcuni persino comprobare. Da qui il successo di Travaglio, semidio dei filistei, cavalcatore di ogni lembo di risentimento borghese o popolano, giudice senza mandato di manzoniana memoria. Per lui e per tutti i delatori avventati la “Storia della colonna infame” rimane come monito a diffidare della buona coscienza del moralista, che se non per abbaglio di gloria mondana allora per accecamento di paura storica inclina volentieri a linciare un innocente. Dalla razza pura alla casta pura il passo metafisico è infinitamente troppo breve per essere tentato da chi cuore puro non ha, ovvero da chi beato e santo non è (cfr. Mt 5, 8). Se il Divo di Annozero sia destinato all’apoteosi dei posteri o all’amnesia storica, questo non ci è dato saperlo, ci basta constatare che le sue apparizioni televisive sono già considerate ierofanie gratuite la cui interruzione può divenire, alla perdita della sua inviolabilità, minaccia del Soggetto sacro.